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Scrivere di cibo in Italia. Dai cantastorie domestici al food writing

Ho una penna nera tra le mani, è abbastanza anonima ma ha la punta fine, mi permette di scrivere facendo scivolare le parole sulla carta senza sforzo: possono scaturire così da dentro senza pause, filtri o interruzioni. Le cose più belle, quelle che mi hanno commossa fino alle lacrime, le ho scritte con carta e penna, per poi riportarle qui. Con l’occasione le ho riordinate, ho messo in fila frasi e pensieri, ritrovando quel filo rosso che li lega, e che sul momento proprio non avevo notato.

Oggi mi sono messa al computer con le dita macchiate di inchiostro, sentendomi alleggerita di tanti pensieri che mi affollavano la mente e che non trovavano una collocazione. Ora ce l’hanno.

Le riflessioni di oggi si sviluppano a partire da quello che ho scritto sul food writing sul Corriere della Sera, dove racconto quello che penso di questa professione, come è nata la mia curiosità per questa forma di scrittura, cosa leggo e cosa mi piace. Ho iniziato guardando all’estero, ai libri di Elizabeth David, di M.F.K. Fisher, di Ruth Reichl, fino a trovare quella scrittrice nella cui voce più mi ritrovo, che mi conforta e mi diverte insieme: Laurie Colwin. Il mio percorso è cominciato al di fuori dei confini nazionali, ma oggi sono tornata all’Italia, aggrappandomi alle mie radici, a chi sono.

autunno

Scrivere di cibo in Italia. Dai cantastorie domestici ai food writer

Lo chiamiamo food writing, scrittura di cibo, scrittura sul cibo, perché in Italia non ha ancora un nome, una definizione. Quindi non esiste food writing in Italia?

Ogni volta che nonna mi passa una ricetta, lo fa attraverso un ricordo, un momento preciso nel tempo in cui l’ha imparata, un’occasione in cui l’ha preparata, una persona che gliel’ha insegnata. Che fosse zia Antonietta e il suo latte alla portoghese, zia Valeria e la sua pasta con le polpette, o Fine, quella signora brava a cucinare che andava di casa in casa a preparare i pranzi per la mietitura, non sono mai impersonali liste di ingredienti e procedimenti, sono storie. Mi racconta gli ingredienti, i perché e i tempi, inframmezzati da superstizioni e usi.

Forse il food writing in Italia non è mai esistito prima, o sta impiegando più tempo che in altri paesi a attecchire, perché fondamentalmente la trasmissione del sapere culinario si è sempre basata su una tradizione orale, sugli appunti a margine nei ricettari di famiglia scritti con una calligrafia pulita, come si imparava a scuola prima della guerra, sulle chiacchiere informali di una domenica mattina in cucina.

Il food writing ha stentato a salire al livello di letteratura perché era già lì, tra le mura domestiche, mescolato al cibo cucinato e mangiato, come in una variegatura all’amarena.

Ma le cose cambiano. Questa tradizione orale dei cantastorie domestici si va pian piano perdendo con l’evoluzione della famiglia: dal basso è nata una risposta spontanea, che negli ultimi anni sta sostituendo il vecchio modo di tramandare ricette. Esiste il food writing in Italia, non è ancora riconosciuto, ma si fa sentire tra le pagine di alcuni blog, dove nuovi scrittori raccontano con la loro personalissima voce il loro rapporto con la cucina, con un territorio, con una tradizione gastronomica.

Juls

Giulia, Juls e il food writing

Tra i tanti ambiti in cui si può parlare di food writing, dalla critica gastronomica ai saggi di economia, politica, agricoltura e sociologia legati al cibo, quello nel quale mi riconosco, quello che mi ha fatto finalmente dire ecco cosa voglio fare da grande, è la scrittura di ricette, introdotte, arricchite, farcite e avvolte di ricordi e racconti legati alla mia vita o a quella della mia famiglia.

Ho dovuto inizialmente superare un ostacolo, essenzialmente interiore, autoimposto, legato alla mia autostima. Ho avuto una vita meravigliosamente ordinaria, senza drammi, senza colpi di testa – se si esclude il mio primo e ultimo tatuaggi fatto a 27 anni. Valeva davvero la pena raccontarla? Davvero qualcuno poteva essere interessato a leggerla?

Poi ho capito l’importanza di avere una prospettiva. Mi sono resa conto che il cibo è sempre stato presente, ma non come sottofondo, non come un odore di soffritto che aleggia nel retro della mia memoria. No, il cibo mi ha resa quella che sono, solida, affidabile e ottimista, mi ha aiutata a affrontare quei traumi o semplicemente quei momenti difficili di crescita che sono presenti nella vita di qualsiasi adolescente o giovane donna.

Superavo la paura di non essere accettata a scuola e di non far parte di un gruppo, io ragazza di campagna troppo all’antica, che non dice parolacce, non abbastanza smaliziata, portando un vassoio di biscotti di pastafrolla ai ritrovi per studiare. Quei biscotti oggi sanno di affermazione, di un’età acerba che aveva voglia di sbocciare.

Cancellavo con un colpo di spugna le delusioni d’amore adolescenziali, quando mi innamoravo di ragazzi ai quali non rivolgevo mai la parola, di cui conoscevo a malapena il nome, con una tazza di tè al limone nel pomeriggio, nel quale inzuppavo i biscotti a due a due, finché non diventavano morbidi. Andando giù scioglievano quel nodo alla gola che tutti ben conosciamo, lasciando solo il gusto dolce dello zucchero. Ancora oggi una tazza di tè ben fatta risolve la maggior parte dei miei problemi.

Ho fatto amicizie e sono uscita dal mio guscio all’università quando mi sono proposta per cucinare alle feste a casa degli amici fuori sede. Ero lì, nel mezzo a tante persone che incontravo per la prima volta, ma mi sentivo protetta, tenendo un piede nel mio ambiente naturale. Il mestolo di legno era la mia bacchetta magica e la mia coperta di linus. Dopo tanti anni ancora nulla è cambiato.

Ho sempre vissuto il cibo a livello personale e emozionale, come una cura, una terapia, un modo per festeggiare, per risvegliare ricordi, per non perderli. Oggi il mio scrivere di cibo tradisce spesso questa dimensione intima.

autunno

Quelle parole che mi giravano nella testa senza sosta quando imparavo a crescere anche grazie al mio rapporto con il cibo hanno poi trovato la strada per uscire nel momento in cui ne avevo più bisogno, sono sgorgate e non sono più riuscita a fermarle, mi hanno cambiato la vita quando a 28 anni, nel bel mezzo della crisi generazionale del Saturn Return, avevo un disperato bisogno di ridefinire la mia identità di giovane donna.

E l’ho fatto con il cibo: cucinandolo con dedizione, imparando a apprezzarlo e soprattutto imparando a scriverne a cuore aperto, senza mettere un filtro tra i miei pensieri, le mie emozioni e queste parole scritte. Da introversa ho trovato una via di fuga su misura.

Si dice che quando nasce un bambino nasca anche una mamma. Nel mio caso, quando ho scritto io mio primo post qui sul blog il 1 febbraio 2009, è nata anche una food writer o, come direbbe Ruth Reichl, una scrittrice. Definirsi food writer può essere limitativo e talvolta dispregiativo, come dire uno scrittore donna, una definizione superflua.

Food writing è scrivere della vita di tutti i giorni, con una prospettiva particolare, quella del cibo: cucinato, condiviso, offerto.

fagioli e olio nuovo

Scrivere di cibo, in italiano e in inglese

Scrivo di cibo in italiano e in inglese con la stessa emozione, con lo stesso trasporto e impegno. Da una parte sono attratta dal food writing di stampo americano e inglese che tanto mi ha insegnato, in termini di linguaggio, struttura e metodologia, e altrettanto mi ha ispirata e accesa, con Elizabeth David, Ruth Reichl e Laurie Colwin come maestre.

Dall’altra devo così tanto all’Italia, la mia casa, la mia famiglia, la mia formazione e l’essenza di chi sono. Amo la lingua italiana, le sue sfumature e la sua musicalità, così come anni fa mi sono innamorata di quella inglese, specialmente legata al cibo, da quando trovai un menù in un ristorante farm-to-table a Manchester, che per mesi ho letto gustando ogni parola come un boccone prelibato, come l’ultimo morso che ti lasci da parte, quello con la doratura perfetta.

Amo scrivere in inglese perché mi piace pensare di avere una piccola parte nel raccontare l’Italia e la sua cultura gastronomica agli stranieri con una prospettiva fresca e autentica, da italiana, senza tirare in ballo i mandolini e la vespa ogni volta, aggiornando l’idea che hanno all’estero di noi, che tante volte sembra essere rimasta ai meravigliosi film di Sofia Loren.

Abbiamo tanto da raccontare che oggi, e io vorrei farlo attraverso le ricette della tradizione, cucinate così come facciamo oggi, e quel rapporto originario che ho con il cibo quotidiano, di casa.

Anche in Italia abbiamo qualche esempio straordinario di food writing, che mi ha colpita prima di sapere che scrivere di cibo sarebbe diventata la mia professione: Camilleri – chi non vorrebbe sedersi a cena con Montalbano -, Dacia Maraini e gli odori penetranti di Bagheria, Clara Sereni e la sua Casalinghitudine, scoperta da poco grazie a Laura.

Negli ultimi anni si sono anche aggiunte le voci di tanti blogger che hanno sviluppato uno stile, un’identità, che fanno orgogliosamente food writing all’italiana. Dovremmo iniziare a rivalutare quello che sappiamo fare in casa, guardare con curiosità a quello che succede fuori dai confini nazionali senza per questo metterci da soli in secondo piano, cosa in cui noi Italiani a volte eccelliamo. Rendiamo la nostra voce credibile, anche fuori dai nostri confini nazionali. Per farlo, però, dobbiamo essere i primi a credere che la nostra è una voce che vale la pena ascoltare. 

fagioli

La mia voce

Ho una voce. A volte la sento forte e definita, mi pare che possa superare il frastuono che ci circonda. Altre vacilla, trema un po’ e si mischia ai sospiri, come il giorno della discussione della tesi di laurea, quando mi si asciugò completamente la gola, come quando Tommaso mi disse quella prima sera ‘parliamo?’.

Non frequento ristoranti stellati e sicuramente mi manca il lessico per descrivere una cena di quel livello, ma sono sicura di riuscire a comunicarti l’emozione che potresti provare nel cucinare una certa ricetta, sono convinta che posso farti sentire in grado di cucinarla, aiutarti a preparala nel miglior modo possibile, evitando alcuni errori che io ho già commesso.

Per tanto tempo ho pensato che fosse un altro livello di food writing, più basso, più prosaico, ma oggi mi sono ricreduta. Oggi riconosco quale è la mia missione, qual è l’impatto che voglio avere nella vita delle altre persone, ho dato un significato al mio lavoro: non voglio stupire o impressionare, non voglio pormi su un livello diverso, voglio scrivere ricette accessibili, che ti trascinino in cucina, per riscoprire quel potere inarrestabile che ha il cibo ben cucinato e goduto, che può semplicemente salvarti una cena con gli amici, o nei casi più estremi salvarti la vita, aiutandoti a reinventarla.

Quindi per oggi nessuna ricetta, se sei riuscito ad arrivare fino in fondo a questo post sarei curiosa di sentire le tue idee in merito al food writing, le tue considerazioni e le tue aspettative.

Link Love

Noi ci rileggiamo prima della fine della settimana con un post su un orzotto ai finferli. 

tagliere di formaggi

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This Post Has 37 Comments
  1. Ciao Giulia, io riesco solo a dirti che quando incontro ( anche solo virtualmente) persone come te che con le parole sanno andare dritti al cuore e suscitare emozioni …mi ritrovo al posto giusto e ti leggo ogni volta rapita e conquistata dalle tue parole, che parlino di te di ricette o di altro…io sono felice di sapere e pensare che ci sei…così come sei…semplicemente TU!
    Ti abbraccerei volentieri dal vivo ma purtroppo devo farlo qui…
    ciao
    Gilda

  2. Cara Giulia,
    come ben sai, ti seguo ormai da un bel po’ di tempo. Ti stimo tantissimo e sei tra i miei modelli come blogger, come foodwriter, come autrice e anche come persona. Inutile dirti che nella mia personale top ten di settore ti fanno buona compagnia Rossella, Laura e Marina. Dal novembre 2015 anche io ho provato ad approcciarmi al mondo del foodwriting con il mio piccolo spazio IoeChiaramella. Da quel momento molte cose sono cambiate. Anche io sono cambiata. Quando ho avuto il piacere di conoscere Rossella di persona, mi ha detto una cosa che mi ha molto colpito. Le raccontavo di come non avessi ancora ben compreso quale fosse la mia personalità come foodwriter. Lei mi ha rassicurata dicendo “Stai tranquilla…lo capirai piano piano senza neanche accorgertene”. E infatti è andata proprio come aveva previsto lei. Adesso, quando leggo i vostri post, continuo a provare le stesse sensazioni di stima nei vostri confronti e continuate ad essere sempre i miei modelli, ma so che io sono diversa da voi e questo è un bene. Provo a spiegarmi meglio. Rispetto al tuo stile, così evocativo, sensibile, profondo e portatore di un certo modo “slow” (nel senso buono del termine ovviamente) di vivere la vita e il cibo, il mio è sicuramente diverso. Credo risenta molto dello stile di vita che conduco in questo momento. Tanto per fare degli esempi, non vivo in campagna, ma vivo in città. Il mio lavoro non è legato al cibo. Non vivo nella mia città di origine. Mi piacerebbe avere più tempo per cucinare e scrivere di cibo ma purtroppo non ne ho. Cose così. Sembreranno banalità ma credo che tutto questo si percepisca dal mio modo di scrivere. Tutto questo per dirti che, secondo me, è molto bello il fatto che, seppur lentamente, il valore del foodwriting stia emergendo anche in Italia perché ognuno di noi è portatore di un punto di vista diverso sul cibo, e tutti sono interessanti e unici. Ogni racconto è unico, ogni famiglia è diversa, ogni ricetta è una piccola perla. Tutto questo nostro patrimonio deve essere diffuso e fatto circolare, non solo in forma orale o nel chiuso delle proprie case, ma con tutta la dignità che merita. E’ vero: il foodwriting era già lì, mescolato nelle nostre ricette e protetto nelle nostre case. Facciamolo finalmente uscire!
    Un abbraccio fortissimissimo e, per l’ennesima volta, complimenti per tutto quello che fai.
    Chiara

    1. Ciao Chiara, mi è piaciuto tantissimo quello che hai detto, e sono assolutamente e totalmente d’accordo. Sono convinta che la mia voce sia scaturita da quello che mi circonda, e a volte è questa stessa voce – e quindi questa prospettiva sul mondo – che va a influenzare quello che mi circonda e in qualche modo lo cambia, ne arrotonda gli spigoli, in modo che mi assomigli.
      Leggo tanti scrittori che hanno una voce diversa dalla mia, la riconosco come diversa, e nello stesso tempo la amo e imparo da questa diversità. Quello che ti ha detto Rossella è verissimo, e aggiungo anche che si riesce a sviluppare la propria voce non solo leggendo chi ci somiglia ma, soprattutto, chi è diverso da noi. Impariamo e troviamo il significato per differenza. Quindi grazie per questa tua riflessione, ha sicuramente aggiunto un tassello importante alla discussione! un abbraccio

    2. Ciaooo Chiara… Che bello questo tuo commento. Mi sembra di sentire la tua voce.. <3
      Sì, è proprio questo per me ascoltare la nostra voce, e credo che ad ognuna di noi abbia fatto bene il blog (e reciprocamente i blog altrui!), come una sana palestra di auto-ascolto e di ascolto reciproco.
      Insomma parlare di cibo, guardarlo, ascoltarlo, viaggiare attraverso questo!
      Un abbraccio e a presto…

  3. ‘Poi ho capito l’importanza di avere una prospettiva’. Sento prepotenti queste tue parole nella mia anima. È adorabile leggerti, un viaggio emozionale intenso, capace di lasciarmi incollata qui a leggere e rileggere ogni tua parola scritta con sapiente passione. Grazie.

  4. Giulia una delle prime cose che mi ha colpito quando ho iniziato a leggere il tuo blog e che mi è stata confermata anche quando ci siamo incontrate, è la tua bella concretezza che riesci a trasmettere tramite ciò che scrivi…e d in questo post ritrovo tante cose che cerco anche di applicare al mio lavoro, non dare delle anonime liste ma parlare della storia e del risultato che si vede…ciascuno di noi ha una propria voce, tanto dipende anche da chi abbiamo di fronte e che poi può scegliere o no di seguirci o ascoltarci…ma quello che non dobbiamo fare ( e riconosco che spesso è un equilibrio precario) è modificare totalmente la nostra voce per compiacere chi abbiamo di fronte.

    1. Hai assolutamente ragione Francesca, ed è vero che, pur applicato a un ambito diverso, valgono le stesse considerazioni. Anche tu racconti storie, e lo fai con passione e curiosità!

  5. …mescolato al cibo cucinato e mangiato come una variegatura all’amarena. 💚
    Per me tu sei il foodwriting in Italia, la tua vita semplice che temevi non interessasse a nessuno ha conservato ed esaltato la tua genuinità , caricando i tuoi scritti e i tuoi piatti di amore per gli ingredienti e regalando a chi ti legge emozione e ispirazione. Sempre piu brava Giulia!

  6. Letto tutto d’un fiato e poi ho pensato una cosa: che di tanto food writing ormai così diffuso e spesso anche impropriamente inquadrato, forse il più autentico e riconoscibile è proprio quello ‘che si fa leggere’ e che ha la capacità di appendere le orecchie al chiodo dell’attenzione. Tutto qui.
    Quanto a te Giulia cara, sembrerà strano ma nonostante il tuo legame con la lingua inglese e pur dotata di una bella curiosità per modelli stranieri, oltre che italiani, io ti ho sempre vista come uno degli esempi più validi e riusciti di scrittura italiana sul cibo italiano: ‘cultura e cibo’ della tua terra ne sono un esempio evidente qui sul blog e in tutti i tuoi libri. Ecco quando incontro tutte queste, in genere io non ho dubbi e magari davanti a me c’è proprio una food writer. 🙂

  7. Ciao Giulia, ho letto tutto d’un fiato questo tuo post e quello di Rossella e di Laura. Nelle tue parole mi ritrovo tanto. In questo momento penso a ritroso a come sono arrivata a te. Ed è davvero buffo. Era il 2013, ero in aeroporto, e insieme a mio marito si bighellonava nella libreria in attesa del volo. Si partiva, non per una vacanza, ma per un’esperienza di vita. Destinazione: Parigi.
    Compriamo il tuo libro per portarci dietro un po’ di Toscana, un pezzetto di casa..
    Abbiamo abitato per due anni a Parigi…e nel settembre del 2013 finalmente capisco cosa voglio fare “da grande”: la pasticcera. O almeno ci voglio provare.
    Mi avvicino a questo mondo in punta di piedi, io che son sempre stata in prima linea dietro il banco, o in mezzo ai tavoli, scopro che la mia dimensione ideale è “nascosta” in cucina.
    Poi la vita mi riporta senza preavviso in Italia, aspetto un bambino…e mi sento al palo. Così, mentre cammino per le vie di Firenze, mi si accende la lampadina. E decido di aprire il mio blog. Scopro che l’autrice del libro, sei tu, e che hai un blog. E da lì sei diventata la mia fonte di ispirazione. Non so perché ti ho scelta, o forse si..una frase mi colpì più di tutte, quando nella tua presentazione del vecchio blog, scrivevi che avevi provato tante strade, ma che non eri ancora riuscita a trovare la tua…e poi con il blog ti sei finalmente trovata, trasformando una passione in un lavoro vero e proprio.
    Io non sapevo che mi piaceva stare ai fornelli, ma sapevo che mi piaceva leggere e viaggiare (e mi piace tutt’ora). E ci ho messo tantissimo tempo a capire che le tre cose possono anche convivere tutte insieme.
    Mia sorella mi ha sempre detto che avrei dovuto fare la scrittrice.
    Non so se poi alla fine ho le doti necessarie, ma io ci provo..perché scrivere e cucinare mi fanno stare bene.e magari stavolta ho imboccato la strada giusta!!…piano piano, sto studiando tanto per migliorarmi…chissà che un giorno riesco pure a venire a Colle Val d’Elsa a conoscerti!!!
    Tanta stima!
    Laura

    1. Ciao Laura, che storia! mi pare che abbia dentro di sé tanta della magia di Amelie, o di Chocolat, o forse sono influenzata da questo tuo legame con Parigi, che mi pare che aggiunga a tutto un pizzico di surreale.
      Però questa magia, questo incanto e questo stupore sono proprio quei caratteri distintivi che caratterizzano le storie più belle, quelle scritte nel destino!
      Sento anche io nelle tue parole che è la strada giusta, e sono convinta che presto riusciremo anche a conoscerci! Un abbraccio

  8. Ho letto questo tuo post tutto d’un fiato e mi ha emozionato tantissimo! Mi ritrovo nel tuo racconto, mi sembra di rivivere momenti e stati d’animo provati e vissuti e sento quanto tu sia riuscita a dare voce alla tua vocazione di cuoca e di narratrice insieme. Raccontare una ricetta non è solo dare una lista di ingredienti e “direcomesifa”, ma è passare un pezzetto di se stessi e del proprio vissuto e credo che il foodwriting dovrebbe fare questo…
    In fondo cucinare non è solo preparare da mangiare perché il corpo ne ha bisogno, ma è mettere un po’ di se stessi nella pietanza e se io posso preparare un piatto toscano sentendo la tradizione che ci sta dentro, lo devo anche ai tuoi racconti, alle tue precisazioni e ai profumi che fai sentire nella tua scrittura.
    Ora io mi sento incapace di raccontare come fai tu e questo credo mi manchi e proprio per questo mi prenoto per un prossimo tuo corso di fooodwriting 🙂 Grazie Giulia!

    1. Io credo invece che tu abbia una incredibile capacità di raccontare e comunicare, e lo sai fare con competenza e calore, ma sarà bello incontrarci di nuovo e confrontarci! 🙂

  9. “[…] non sono mai impersonali liste di ingredienti e procedimenti, sono storie. Mi racconta gli ingredienti, i perché e i tempi, inframmezzati da superstizioni e usi.”
    Ed è una frase soltanto e ricordo perché tanti anni fa ho iniziato a seguirti, a leggerti con gli occhi, con il cuore, con la pancia. Perché ogni tua ricetta non è solo una “impersonale lista degli ingredienti”, è un racconto, di un momento preciso o di momenti, di una sensazione, di un’emozione, di un ricordo che rimane saldo e attraversa i tempi.
    La cucina, il cibo, raccontarne, per me sono questo: un viaggio a ritroso nel tempo, nel mio tempo, nei miei ricordi e in quelli altrui.
    Il baglio di ricette che mi sono portata dalla Romania, è infinitesimale se paragonato a tutto quello che creo ogni giorno per la mia famiglia, per la mia nuova famiglia, quella che mi sono creata nella vita adulta. Fermo restando che, tutto ha origine dalle radici…tutto parte da lì, per confluire nella pancia, nel cuore. Perché mai e poi mai scorderò la mia amata nonnina materna che impasta, che infonde magia, che “parla” agli ingredienti, ai suoi impasti, alle conserve, ad ogni granello di sale o semino. Perché quella sua magia culinaria, è legata al mio stesso polso come un cordoncino rosso, vivo come la vita stessa.
    Grazie per questo articolo Jul, prezioso come sempre.
    Un abbraccio

    1. Io questa magia, quel cordoncino rosso che ti lega a tua nonna, l’ho sempre sentita in tutto quello che fai, e non sai quanto mi affascina e mi incuriosisce. Quella magia di cui tu parli è un rispetto immenso per tutto quello che Madre Natura ci offe quotidianamente, un rispetto per i ritmi e per i passaggi naturali. Mi rivedo tanto in questo tuo atteggiamento, e mi piace seguirti nei tuoi racconti e nei tuoi viaggi a ritroso nel tempo!

  10. E’ bello leggere queste parole e vorrei che in tanti le leggessero. Sento di avere ancora tanto tanto da imparare e davanti a questo tuo articolo ho riflettuto molto, anche sul mio blog, sull’importanza di avere una propria ben definita prospettiva. Quanto entro qui mi viene voglia di cucinare, di approfondire la storia che c’è dietro le ricette della mia tradizione e della mia famiglia, mi ricordo dell’importanza delle tradizioni. “Dobbiamo essere i primi a credere che la nostra è una voce che vale la pena ascoltare” e forse io sono bloccata proprio su questo punto… Spero vivamente di essere presente al tuo prossimo corso di food writing e di conoscerti meglio Giulia, grazie!

    1. Tu hai una voce e uno stile riconoscibilissimo in tutto quello che fai, a partire dalle fotografie stupende. Quindi abbraccia questa tua sicurezza e trasportala anche di la! E spero di incontrarti al prossimo corso, ne abbiamo di cose da dirci! 😉

  11. Belle parole, fluide, leggere, ma piene di sostanza. Di una sostanza che è legata al proprio vissuto e al cibo che lo ha accompagnato. Di una sostanza che è sicuramente sincera. Ed è questa la cosa che più mi piace quando vengo da queste parti: sapere che le parole lette sono lo specchio di una quotidianità che non è la mia, ma che ad essa riesco ad arrivare attraverso quello che è stato scritto, cucinato, fotografato. Con sincerità. Scrivere non è facile. Essendo cresciuta nel mondo dell’Arte e dell’Architettura ed avendo letto tanto, nutro una sorta di profondo e reverenziale rispetto anche per la Scrittura; per la quale trovo che ogni sorta di definizione o etichetta sia scioccha e superflua. E quello che più temo in questi casi è che la scrittura diventi fine a se stessa, autoincensazione, un circolo di parole che però si annodano sempre attorno alla stessa cricca di “scrittici-foodblogger” e non si curi del lettore, di chi sta dall’altra parte (che scrittura sarebbe se non ci fosse pubblico a concretizzarla come tale?) o non si apra alle altre voci, alle penne fresche di tratto, a quelle che raccontato ma non urlano, o almeno ci provano. Per questo rimango piacevolmente colpita dalla “modestia” che traspare dal tuo articolo e dallo sprone che fai a tirar fuori la voce…Sinceramente tua

    1. Hai toccato un punto importantissimo, il pubblico, o meglio, i lettori. Perché scrivere per riempirsi la bocca di parole senza pensare a chi poi è il destinatario di questa scrittura è un esercizio a vuoto. Grazie, ecco un altro tassello che mancava e che può aiutare a costruire e definire uno scenario più ampio!

  12. How wonderful that you have found your voice and your mission. For me it is always a struggle, a balancing act that I have yet to master. My loves, aside from my husband, children and three grandchildren are similar to yours. Cooking, writing, honing my photography, and I have even taken up knitting. Now that we have our home in Ficulle there is much to do there when we visit. I will need to reread this post in an effort to focus my desires and to feel less fragmented. Oh, did I mention I am consumed with learning Italian. A presto

  13. Che bello, Giulia, a distanza di tanto tempo sentire che la tua sicurezza lascia trapelare ancóra il primitivo entusiasmo, tremito, e fremente determinazione! Che cosa si vuole sapere? Proprio quelle storie che hanno generato la magìa delle ricette. Infine che cosa ci ha sempre insegnato Sherazhade? Il racconto è quello che crea l’atmosfera, che prepara l’incontro , e che renderâ quel momento ” il momento” che andrá a formare il nostro essere unito a coloro che lo apprezzeranno! Un mattone accanto all’altro ed ecco la costruzione , semplice p immaginifica adatta al nostro temperamento. Grazie della confessione e complimenti per il tuo cammino!

    1. Grazie di cuore Maura, non hai idea di quanto apprezzi queste tue parole, visto che tu sei sempre stata presente, fin dall’inizio di questo cammino, e anche prima!

  14. Cara Giulia, come sempre le tue parole sono preziosa fonte di riflessione. Capisco e condivido quel che dici e proprio per questo mi sento in un vicolo cieco. Anzi no, mi sento nel mezzo di una prateria, senza sapere quale direzione prendere. La mia voce la conosco, ma la sento troppo mutevole, sfumata, incerta per poter essere udita anche dagli altri. Dovrei forse dargli un taglio più netto e deciso, renderla più percepibile. O forse no, non la conosco bene neanche io la mia voce, e questo è un problema ben più serio! Abbi pazienza per la confusione, ma per me è un periodo delicato, di ridefinizione…
    Continuo a riflettere, e a leggerti con immenso piacere, nella speranza che qualcosa si chiarisca dentro di me… Ti abbraccio .

  15. Vorrei raccontarti tutti i pensieri e le sensazioni che mi ha suscitato leggere questo tuo post, cara Giulia, ma il tempo è tiranno… In un mondo in cui si parla e straparla di cibo e ricette al punto che comincio a avere l’orticaria se solo accendo la televisione o sfoglio una rivista, mi piace sempre rifugiarmi nelle pagine del tuo blog e nel tuo Instagram. Perché tu racconti, narri, sì, insegni a cucinare una pietanza (anzi, mille!), a riscoprire un piatto, a assaporare un cibo magari trascurato o dimenticato da un po’. Ma lo fai raccontando un mondo e mettendoci tanto di te. Poi, certo, sarà che ci ritrovo tanta della mia Toscana e “toscanitudine”, nei tuoi post, che mentre leggo sento spesso come un’affinità con i piatti e il mondo che descrivi, mi ci riconosco molte volte e altre volte mi incuriosisco per le piccole differenze in una tradizione così vicina. E questo aiuta. Ma in generale quel che è importante è che trasmetti qualcosa di te, del tuo vissuto e della tua esperienza, del tuo mondo, ogni volta che scrivi. Hai detto bene, non c’è forse ancora una definizione esaustiva per “food writing” in italiano, scrivere sul cibo? Ma la tua scrittura lo traduce appieno e arriva, credimi, arriva. Mi piace il tuo approccio, questo tuo riproporre anche le ricette della tradizione più vera senza stravolgimenti forzati, ma senza banalità. E mi piace, e mi ha commossa, leggere la tua storia tracciata tra le righe di questo post, il modo in cui hai finalmente impugnato il mestolo come una bacchetta fatata e ti sei aperta al mondo pur sentendoti introversa e timorosa. Bello. E il risultato, beh, quello lo abbiamo sotto gli occhi e a portata di clic. Perché al di là (o anche grazie anche a) delle foto sempre suggestive, che ti sembra di sentire odori, profumi, calore, le tue parole suonano autentiche, non c’è sbrodolamento, non sono autoreferenziali, è una scrittura genuina, curata (e apprezzo molto che lo sia!), mai sciatta, mai trasandata – studi classici alle spalle o ricordo male? – ma sincera. Continua così, anche in attesa di un modo di dirlo in italiano, continua con il tuo food writing come hai fatto fin qui. Come ti ho detto altrove, tanti complimenti per tutto quello che hai fatto finora e che continui a fare. Un abbraccio, C.

  16. Cacchio Giulietta,
    avevo letto questo post a caldo e già aveva suscitato in me tantissime emozioni, oggi torno e leggo tutti i commenti e… Non so cosa dire… Bellissimo. E’ come se il suo valore già grandissimo si fosse centuplicato.
    Mi sono anche un po’ commossa e, cosa che non accadeva da tanto, ho cliccato dove era possibile su tutti gli autori dei commenti per conoscerli meglio perché ognuno a modo suo ha lasciato il segno.
    Io non so parlare del “parlare/scrivere del cibo”, lo sai. O meglio non mi sono mai posta la questione davvero, pur sentendo di farlo in ogni più intima fibra del mio corpo, a modo mio, emozionale, evocativo, forse a volte fin troppo personale, attraverso immagini oppure sproloqui..
    Credo che lo scrivere di cibo debba assomigliare a chi sente il cibo e chi ne scrive, come diceva Chiara in uno dei primi commenti, e assomigliare anche allo sguardo che abbiamo verso fuori per aprire la testa e imparare da chi è diverso da noi, come giustamente affermavi anche tu.
    Che dire Giulia, io questo post lo porto proprio nel cuore, con tutte le sue “codine”…
    Grazie, e qualcosa mi dice che il discorso non si ferma qui… 😉

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